VI RACCONTO EMMANUEL CARRERE

(articolo pubblicato il 29 gennaio 2013 nel blog di Chicca Gagliardo “Ho un libro in testa”, su Glamour.it)

Vorrei raccontarvi il segreto di uno scrittore che sta conquistando i cuori dei lettori di tutto il mondo, con un libro che parla di un personaggio – controverso, antipatico, folle, a cui finisci per affezionarti anche se non vorresti- come Eduard Limonov. Me l’aspettavo bohemien, charmant e viveur, questo Carrère – come avevo letto da tante parti. Invece no. Mi si è presentato un uomo gentile, affabile, sorridente. Un uomo che ti colpisce per la sua serenità raggiunta, per la gratitudine con cui te ne parla. Per la sua limpida consapevolezza: è come se ti dicesse costantemente “sono diventato così, grazie a lei”… E tu capisci che in quel caos di finzione, realtà, letteratura e vita può esistere un senso e un collante. Che, nel caso di Carrère, ha i capelli neri raccolti e lo sguardo abbassato.

“Credo di scrivere per migliorarmi come essere umano. Per diventare più consapevole, e un uomo più consapevole è un uomo più libero”.

All’inizio è tutto una luce corposa e bianca. Divani grigi, un tavolo trasparente, un camino smaltato. Di bianco. C’è un solo libro appoggiato, “Madness Invisible” – Follia invisibile- della giornalista di guerra Janine De Giovanni, che – scoprirò poi- racconta l’esperienza traumatica della corrispondente di Vanity Fair  in Sierra Leone. Raggiungere la casa di Emmanuel Carrére è stato abbastanza semplice (anche perché erano tre giorni che non facevo altro che guardare Google Maps per non sbagliare… pensavo… “caspita sono arrivata fino a Parigi ci manca solo che non trovo la casa..”). Abita a due passi dalla fermata della metropolitana che dà sulla Place Franz Listz (una piazza bellissima, con al centro una chiesa in stile in neoclassico, in cima ad una scalinata). Il quartiere, al decimo arrondissment, è elegante, ma non troppo. Lo definirei piuttosto “discreto” o “quietamente signorile”. Intorno tanta neve – a Parigi non nevica spesso e quando succede  i parigini sono tutti presi da una irrefrenabile joie de vivre, anche Carrère ne era contagiato – che rende l’atmosfera ancora più… sì… incantata. E bianca…

L’appartamento di Carrére è un attico con grandi vetrate che danno sui tetti parigini. Entra una  luce fortissima  che sbatte sui mobili anni Settanta.

Emmanuel ci viene incontro, ci fa accomodare e chiede subito “Volete un caffè?”.

Sorride sincero come se, davvero (e credo fosse contento sul serio), gli facesse piacere preparare un caffè a questa giornalista italiana che gli piomba in casa – con tanto di operatore, telecamera e moon boots-, il sabato pomeriggio. Indossa un paio di jeans e un pullover blu. Avevo letto che fosse affascinante, ma non credevo così. Ha degli occhi scuri che ti scrutano, capelli un po’ scompigliati e quelle rughe che tanto donano, agli uomini mannaggia a loro, quando compiono i cinquant’anni. Annuisce quando parli, ascolta e con serietà ti dice “Adoro questo quartiere, è tranquillo, è il posto giusto per me. Ora”.

Una bimba bionda bellissima di circa sei anni entra saltellando. È sua figlia che si mette a sistemare i cuscini, da brava donnina di casa. “Enchantè Madmoiselle”. Sulla porta c’è invece un ragazzo alto, biondo e bello anche lui. “Lui è il figlio della mia compagna”.

Caspita, come fate ad essere tutti così meravigliosi- penso.

Il caffè arriva dopo 15 minuti. “Sa a me piace tostarlo, cerco di mangiare il più sano possibile”.

Gli dico che io sono una sua grande fan, che ho letto quasi tutti i suoi libri e che il mio preferito è stato “Vite che non sono la mia”. “Sì, anche secondo me è il mio migliore. È dove ho ritrovato me stesso”. Risponde.

Non smette mai di sorridere. Si siede, si fa sistemare il microfono. Accetta di buon grado che io gli faccia le domande in inglese (il mio francese è davvero terribile). Di lui avevo letto che lo chiamavano il dandy destroy. Che faceva impazzire i giornalisti. Che era irrintracciabile, mai puntuale… viveur, bevitore, distratto. Certo, avevo anche letto “Vite che non sono la mia”(un libro che mi ha distrutta di dolore. “Sono contenta che l’abbia fatta piangere- mi dice lui scherzando- vuol dire che ho realizzato il mio scopo”), del suo amore per la sua compagna Hélène e del cambiamento che lei aveva portato nella sua vita. Ma chissà perché siamo sempre portati a non credere a quello che leggiamo. Per lo meno, io tendo sempre a pensare che gli scrittori, anche quando decidono di inserire loro stessi nei romanzi, mentano sempre, un po’. Che in fondo la fiction vinca sempre sulla verità e che l’atto stesso di raccontare porti in sé, per definizione, una bugia. “Per me la finzione può creare la realtà- mi dice invece  lui a metà della lunga intervista che mi concede, quasi un’ora, non la smette di raccontarsi, di giocare con le domande, di voler rispondere- anche se oggi nei miei libri non creo più storie immaginarie, io penso che inserire il punto di vista dello scrittori crei una verità. Non credo nella neutralità dello scrivere, credo in quello che io penso, io vedo, io sento”.

Carrère ha scritto circa 12 libri. I primi erano romanzi di fiction, alcuni sono diventati dei film come “L’amore sospetto” (il libro in realtà si intitola “Baffi”) con Vincent Lindon, nei panni di Marc Thilliez un uomo che un giorno, quasi per scherzo, decide di tagliarsi i baffi che ha sempre portato. Ma nessuno se ne accorge, né la moglie né gli amici, anzi, gli continuano a ripetere che, per loro, lui non ha mai avuto i baffi. Parte così per un viaggio, tra Hong Kong e Macao alla ricerca della sua identità. Un romanzo che è una via di mezzo tra la dissimulazione della realtà alla Philip Dick (Carrère su di lui ha scritto anche una bella biografia- saggio intitolata “Io sono vivo e voi siete morti”) e i temi pirandelliani (“uno dei miei autori preferiti, ho letto tutto di lui. Un grande maestro”) .

Emmanuel ha esordito nel 1982 con una biografia, “Werner Herzog”, il grande regista tedesco che poi ha intervistato, lo racconta anche in “Limonov” e a me alla fine dell’intervista- “Una delle esperienze più terribili della mia vita. Mi rispondeva come se nemmeno mi vedesse. Credevo che almeno avesse visto il libro…”. Ma è nel 2000 che arriva la svolta, con “L’avversario”, un romanzo scritto alla maniera di Truman Capote in “A sangue freddo” (un non fiction novel per dirla come gli studiosi di letteratura). È la storia del falso medico, Jean- Claude Romand, che nel 1993 dopo 18 anni di bugie alla moglie e alla sua famiglia -fingeva ogni mattina di andare al lavoro- per paura di essere scoperto decide di sterminare tutti, non riuscendo, soltanto, a uccidere se stesso. Carrére manda una lettera al carcere, incontra Romand e, come aveva fatto Capote, decide di raccontare la sua storia in un romanzo.

“Il mio approccio non è tanto diverso da quello di un giornalista. I miei libri sono un po’ dei reportage. Ma io non nascondo mai il mio punto di vista. È il mio racconto dei fatti”.

I suoi libri hanno una gestazione lunghissima. “Sono come un pittore di fronte al suo modello, ci vuole del tempo per cercare il posto giusto in rapporto a quello che si è scelto di raccontare. Faccio almeno tre versioni di un libro, per cercare di essere il più chiaro e semplice possibile, dato che di solito mi occupo di argomenti complessi”. Per scrivere “L’avversario” Carrère ci ha messo sette anni, “Limonov”, quattro.

Ho conosciuto Limonov negli anni Ottanta, quando è venuto a Parigi nelle vesti di scrittore. Un po’ bohemien, un po’ viaggiatore. Mi sembrava un po’ un Jack London russo. E io mi sono detto: come faccio a non incontrare uno cosi? Allora l’ho intervistato all’epoca e poi siamo rimasti in contatto, quasi amici. Ho seguito le sue avventure. Poi c’è stata la caduta del comunismo, lo scioglimento dell’Unione Sovietica e lui da scrittore si è trasformato in guerrigliero. Ha combattuto nei Balcani, a fianco dei Serbi. Poi ha fondato il partito nazionalbolscevico che è un partito seguito da un sacco di skinhead arrabbiati. Davvero una vita bizzarra… poi un giorno l’ho incontrato a Mosca. Io ero là per altri motivi e scopro che lui è diventato il leader dell’opposizione democratica seguito e rispettato da persone eccezionali come Anna Politkoskaia. Ho avuto la conferma che lui fosse un personaggio straordinario e ho voluto indagare ulteriormente su di lui. Ho scritto un reportage per una rivista, ma sentivo che non era abbastanza. Dovevo scrivere un libro, non solo su di lui. Ho capito che la sua vita mi dava la possibilità di raccontare la Russia, la storia della Russia e il caos della Russia post-comunista ma anche scrivere un romanzo d’avventura alla maniera di Alexandre Dumas. Limonov è un personaggio controverso ma che ha un’energia quasi romantica. Un eroe insomma, di un romanzo d’avventura” .

 

Limonov è un romanzo costruito su tre livelli: nel primo c’è la vita di Eduad Limonov, nel secondo c’è la storia della Russia (dagli anni Cinquanta alla caduta dell’Urss fino a oggi), nel terzo la vita di Carrère che si intreccia con quella di Eduard. “La cosa più importante per me come scrittore è che il lettore non si senta perduto di fronte alla complessità degli argomenti, il mio scopo è stato raccontare nella maniera più chiara e semplice possibile, ma comunque completa, fatti storici e politici. La parte più complessa è stata senza dubbio tutto quella relativa alle guerre nei Balcani, da una parte perché è stato un periodo molto confuso e poi perché è la fase di vita di Limonov in cui lui, come personaggio, mi è più antipatico. Lui è sempre energico, vitale, eccetera, ma in quella fase ha delle idee politiche che sono totalmente in contrasto con le mie. Ma non è solo quello. In quel periodo Limonov mi sembrava un cattivo ragazzo che vuole giocare alla guerra, con le armi. L’ho trovato non solamente esagerato ma anche un po’ ridicolo”.

La Russia, nel cuore di Carrère, ha un peso importante. Sua madre era di origini russe ed è stata la sovietologa che aveva previsto l’implosione dell’URSS.  In “Vita come in un romanzo russo”, Carrère ritorna alle radici della sua vita cercando di affrontare il fantasma della sua famiglia: scoprire il motivo per cui  il nonno venne ucciso nel 1944. Carrère decide di affrontare la storia a modo suo trasferendosi in un piccolo villaggio, aspettando che qualcosa accada. In effetti una cosa succede: una giovane madre, che Carrère conosce molto bene perché è la sua interprete, viene uccisa.

Da questa esperienza, che ha segnato profondamente la sua vita, prima di scrivere il libro, Carrère aveva realizzato un documentario “Ritorno a Kotelnich”, a cui è molto legato perché rappresenta un pezzo della sua vita. “A volte ho l’impressione di raccontare cose che mi si buttano addosso. Come è successo per questo documentario. Intorno a me o anche contro di me, succedono delle cose che accendono in me curiosità oppure orrore, e allora io non so fare altre che raccontarle. Non so bene perché, nei libri io voglio raccontare questo: cosa succede quando realtà e racconto si intrecciano attraverso la vita e il punto di vista dello scrittore”.

In Limonov il procedimento è stato un po’ diverso. Carrère ha capito che lui – questo controverso rivoluzionario, poeta, scrittore, politico- poteva essere un protagonista perfetto per un romanzo di avventura. “La cosa che più mi ha colpito del personaggio di Limonov è il suo vivere costantemente, anche oggi che è di nuovo stato arrestato, nel suo sogno di diventare un eroe. È una cosa che appartiene a tutti quando siamo ragazzini ma poi da adulti le priorità cambiano. A lui no. Lui continua a sentirsi un ragazzino che vuole diventare un eroe”.

 

Ma cosa ha capito di Limonov e del suo rapporto con la storia della Russia scrivendo questo romanzo? “Scrivendo Limonov, ho capito che la sua vita è un po’ la metafora del momento che stiamo vivendo. Ora che il comunismo è completamente sparito, completamente screditato, ora che non ci sono che la democrazia e il mercato, si ha un po’la sensazione che si sia precipitati in una situazione in cui non c’è più un sistema di valori. E quello che credo sia interessante riguardo a Limonov. Credo che ci sia una gran quantità di gente e non solo la gente del parlamento ma anche io, le persone che conosco, credo voi che siete qui, tutti, insomma, che siano più o meno di destra o di sinistra, che crede più o meno alla democrazia, ai diritti di base dell’uomo. Invece Limonov da questo punto di vista è completamente solo, completamente folle, lui pensa che la democrazia sia un errore, che i diritti dell’uomo siano esattamente la stessa cosa del colonialismo cattolico cioè un mezzo per fregare poveri. Per cui Limonov è per Ceaucescu, per Saddam Hussein per Assad. Certo, è contro Putin, ma solo perché è russo e deve trovare una sua posizione a riguardo. E molto interessante vedere il mondo contemporaneo con gli occhi di qualcun altro che ha degli occhiali che di offrono un punto di vista sulle cose completamente diverso dal nostro, qualcuno che non è assolutamente un mascalzone, ma che si muove nel disprezzo di qualcosa che appartiene al nostro quadro mentale, appunto la democrazia. Per questo credo che Limonov sia un’impostura da questo punto di vista. Quando stavo scrivendo il libro è uscita un’intervista del nostro ministro degli affari esteri dell’epoca che si chiama Ubert Vedrin. Quando l’ho vista mi ha colpito molto perché era esattamente il tema del mio libro. Lui diceva “Se i nostri valori universali non sono considerati da tutti come valori universali allora c’è un problema”

La cosa che colpisce più il lettore, in assoluto, è la capacità narrativa di Carrère. Tutto è spiegato semplicemente e con ritmo. Non ci si perde mai, anche quando si parla della situazione politica in Kurdistan. “I miei libri sono dei ritratti… dei racconti… delle vite degli altri. Perché lo faccio? perché ho l’impressione che mi migliorino, sia come scrittore sia come essere umano. Quando scrivo sceneggiature, per i film o per la tv, riesco ad immaginare storie di fiction. Quando scrivo romanzi, invece, sento il bisogno di studiare le vite degli altri per capire meglio me stesso. Mi sento più consapevole, e quindi un uomo più libero. E poi c’è il lettore. Io tengo molto al suo piacere. Cerco di scrivere libri che appassionino i lettori, che girino le pagine per capire cosa succede, che abbiano un ritmo, una trama chiara, precisa, anche  se mai scontata. Ma soprattutto , il mio scopo e la mia ambizione più grande è far nascere in lui una domanda, un dubbio, una riflessione. Sul mondo e sulla sua vita. Voglio che i miei libri siano un’esperienza completa. Per me e per i miei lettori”.

Nell’intervista parliamo di tante altre cose. Dei suoi libri della vita (“Alla ricerca del tempo perduto”, “I miserabili”, “Grandi speranze”), i suoi gusti al cinema (“il mio regista preferito è senza dubbio Michelangelo Antonioni, tutti i film che ha fatto con Monica Vitti sono la rappresentazione della bellezza a cui può arrivare l’umanità attraverso l’arte. Vorrei tanto vivere in un film di Antonioni”) e sul suo prossimo romanzo, di cui però non mi dice nulla “sto scrivendo ma finché non ho le idee chiare preferisco non dire nulla per scaramanzia”.

Ci porta, poi, nel suo studio. C’è una libreria, con i “Limonov” tradotti in tantissime lingue, un Mac portatile, una copia di “XY” in francese di Sandro Veronesi (“un libro che ho amato molto” e che è appena stato tradotto in Francia) e una scrivania bianca. “Scrivo 3/4 ore al giorno, di solito la mattina. Mi concentro molto quando scrivo. Di più non potrei. Sa, la mia vita è abbastanza normale: porto a scuola mia figlia, arrivo a casa, scrivo, mangio, magari scrivo ancora un po’, leggo, studio. Quasi banale”.

Già, quasi banale. E me lo dice con gli occhi di uno che sembrava non desiderasse altro nella vita. “Une vie très banale”- Lui, lo scrittore bohemien. Il bell’intellettuale inarrivabile. L’uomo che, per testare la soglia di sovrapposizione tra finzione e realtà aveva fatto pubblicare su Le Monde una lettera erotica privata–tradotta in italiano col titolo “Facciamo un gioco”- indirizzata all’allora fidanzata (che non la prese benissimo, lasciandolo e facendogli capire “che forse certe barriere non vanno superate, è una delle cose più crudeli che abbia mai fatto”). Lo scrittore dei massacri, del sangue, dei fatti bizzarri. Che ora, in questa continua ricerca di una posizione da prendere nei libri, pare proprio abbia trovato anche il suo, di posto.

“La notte prima dell’onda ricordo che io ed Hélène abbiamo parlato di separarci”. Inizia così “Vite che non sono la mia”, quel libro meraviglioso in cui Carrère decide di accollarsi l’onere di raccontare il dolore degli altri (“A pochi mesi di distanza, sono stato testimone dei due eventi che più di ogni altro mi spaventano: la morte di un bambino per i suoi genitori, e quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. Poi qualcuno mi ha detto: tu sei uno scrittore, perché non scrivi la nostra storia? Era come un ordine, un impegno, e io l’ho accettato.”).

Lui ed Hélène, bella e famosa giornalista televisiva, a distanza ormai di una decina di anni, non si sono lasciati. Lei è lì, in piedi sulla porta della cucina, con i capelli raccolti e il sorriso un po’ timido che ci saluta mentre lasciamo (credo che abbia pensato- a ragione- “finalmente”) la sua casa in un pomeriggio così pieno di luce e di neve.

E mentre chiudo la porta  penso che lui, Emmanuel, in questo continuo domandarsi su quale debba essere i rapporto tra realtà e finzione, abbia davvero trovato una quadra. Raccontando le vite degli altri. E ritrovando la sua. In Hélène e in una casa piena di mobili bianchi.

“La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l’altra e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo. Mi è capitato di sentir dire che la felicità si apprezza a posteriori. Che pensiamo: non me ne rendevo conto ma a quel tempo ero felice. Per me non è così. Sono stato a lungo infelice e molto cosciente di esserlo; oggi amo quello che è il mio destino (…)

… preferisco ciò che mi rende simile agli altri a ciò che mi distingue. Anche questa è una cosa nuova.” (E.  Carrère “Vite che non sono la mia”).

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Emmanuel Carrère e me

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(non guardate gli stivali please…)

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Emmanuel

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UN ANNO DI LIBRI

UN ANNO DI LIBRI (classifica in onda su Iris, Ti racconto un libro dal 31 dicembre)

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Eros in vetrina, casi letterari, ritorni attesi e il trionfo della tecnologia. Il 2012 all’insegna dei libri è stato un anno strano: da un parte la paura per il crollo delle vendite (calo di circa il 9% delle vendite di libri nei primi 9 mesi dell’anno secondo i dati dell’AIE e i lettori, secondo l’annuario Istat 2012 si fermano al 46%) dall’altra casi letterari che hanno monopolizzato le classifiche per mesi (e ci riferiamo, ovviamente, alle 50 sfumature di EL James). E poi libri che hanno dovuto il loro successo al tweet giusto, ereader che fanno tendenza e capolavori che rimarranno nella storia della letteratura.

Ecco a voi la classifica dei libri più belli del 2012 secondo Ti racconto un libro

10. L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce

Harold Fry è un pensionato inglese sovrappeso sposato da 47 anni. Un giorno va a imbucare una lettera all’amica che sta morendo di cancro, ma ad un certo punto cambia idea e comincia a camminare fino a un’altra buca poi un’altra fino poi decidere di raggiungere, senza soldi, cellulare né altro, la sua amica, che vive in Scozia, a piedi. Un caso letterario tradotto in trentatré Paesi di tutti i continenti è entrato nella lista dei dodici libri scelti per il Booker Prizeun libro delizioso ed insolito che fa pensare alla vita.

9 . L’arte di vivere in difesa di Chard Hardbach

Primo libro dell’americano Chard Harbach. E’la storia di un ragazzino che è un fenomeno del baseball ma poi sbaglia e tutto cambia. Un libro sullo sport come metafora di vita ma non solo. Un libro sulla crescita, sulle scelte, la solidarietà tra esseri umani, le cadute, gli sbagli, le risalite. Un romanzo che se iniziate a leggerlo non vi staccate più.

8. Stoner di John Williams

Caso letterario meritatissimo per un romanzo pubblicato nel 1965, poi perduto, quindi riscoperto dal passaparola (anche sul web) e dall’acclamazione dei critici.

Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. E’un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell’amore, della passione che dà forma a un’esistenza

7. Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi

Arrivato secondo al premio strega è uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. Parla di Pasolini, di petrolio, di quando la vita diventa arte e non c’è possibilità di ritorno. Un mix tra un romanzo, un saggio e un libro di viaggio. Per chi ama la letteratura.

6. Limonov di Emmanuel Carrere

Il genio dello scrittore francese Emmanuel Carrere per raccontare la favolosa storia di un personaggio realmente esisitito. Si legge nelle prime pagine di questo libro.

E’ stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovanidesperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» che si farà il lettore dopo aver letto delle sue meravigliose avventure, diciamo noi.

5. Open di Andre Agassi

Uscito in sordina nel 2011 è stato boom di vendite (circa 120mila) nel 2012 grazie a due tweet uno di Valentino Rossi l’altro di Jovanotti, i due italiani con più followers, i retweet di Daria Bignardi e le recensioni di Alessandro Baricco e Piperno. Open è la storia di Andre Agassi, la rock star del tennis con capelli ossigenati e l’orecchino, che ha vinto tutto ma che il tennis lo odia costretto ad allenarsi tutto il giorno dall’età di 4 anni. Un libro che avvolge il lettore e gli toglie il fiato, merito anche del Ghost Writer di Agassi, il premio pulitzer J.R. Moehringer

4. Il senso di una fine di Julian Barnes

La nostra vita non è la nostra vita ma solo la storia che abbiamo raccontato. E’ questo il cuore del Il senso di una fine l’ultimo romanzo del grande scrittore inglese Julian Barnes. Tony Webster è un uomo senza qualità. Negli studi e nel lavoro, nei sentimenti e, c’è da scommetterci, anche nel sesso. Ma la lettera con cui un avvocato gli annuncia il lascito di cinquecento sterline e di un diario proveniente dal passato scuote il fondo limaccioso della sua esistenza. Tony deve ora scoprire chi gli ha destinato quell’ingombrante eredità e perché ha scelto proprio lui, e quale segreto rabbiosamente custodito quel diario potrebbe rivelare. Inizia così un viaggio nel passato, nella memoria e nei ricordi, dove la vita si mescola con la fiction e quello che rimane è il racconto di noi.

3. Gli innamoramenti di Javier Marias

Una sorta di trattato di amore e morte scritto da uno dei più grandi romanzieri di oggi. Un thriller dei sentimenti che scava nel profondo dell’anima. Maria vede ogni mattina una coppia sposata e innamorata, un giorno però il marito viene barbaramente ucciso per strada. Perché? Cosa è successo? Intanto maria diventa amica di laura, la moglie e amante di un uomo che ha un segreto. Un romanzo che fa della letteratura un modo per vivisezionare il mondo, guardarlo in faccia. Quando la finzione diventa analisi o forse un mondo parallelo fatto di parole.

2. Miele di Ian McEwan

Un mix tra una spy story, un romanzo storico e un po’ anche
un’autobiografia. Ian Mcewan, lo scrittore inglese tra i più amati al
mondo (Booker Prize nel 2008 con Amsterdam) non smette di stupire e
arriva in libreria con Miele, considerato unanimemente dalla critica
una grande prova della maturità dell’autore.
In Miele McEwan torna agli anni Settanta, anni in cui lui aveva 20
anni e cominciava a scrivere, per raccontare la storia di Serena
Frome, una ragazza che viene dalla provincia e studia matematica a
Cambridge ma è appassionata di letteratura. Legge voracemente, tutto
quello che le capita. E’ per questo forse che si innamora di Tony
Cunning, professore cinquantenne e sposato di storia ex spia dei
servizi segreti britannici. E’ lui che, nonostante poi la storia
finisca, la introduce nell’MI5..

1. Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan

Uscito a fine 2011 ma ha comunque segnato tutta la prima parte del 2012. Un romanzo scritto come una serie di racconti eterogenei che mescola Proust ai Sopranos. Al centro una domanda: perché il tempo è un bastardo che arriva passa e se ne va? Una riflessione sulla vita a ritmo di rock’n’roll e rimpianti, scelte e droghe psichedeliche. Un grande romanzo, contemporaneo o per dirla con le parole di Cathleen Schine: Una commovente saga umanistica, un’enorme epopea ottocentesca magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno

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PENSANDO A QUELLA DEL 2012 VI RIPOSTO LA CLASSIFICA DEL 2011

Un anno strano per i libri questo 2011. Tante novità dall’estero, capolavori annunciati e confermati dall’America ma meno sorprese nostrane. La moda degli esordienti (da Paolo Giordano a Silvia Avallone) è praticamente defunta, e pochi i casi letterari, se non i soliti noti (Faletti, Volo, Carofiglio).

Nonostante la crisi si faccia sentire e i dati sulla lettura si facciano sempre più sconfortanti (nel 2010 solo il 46, 8 per cento degli italiani legge e solo il 15 per cento legge più di undici libri l’anno), le aspettative sono tutte rivolte al 2012. Due le speranze,la prima  che arrivi –finalmente ci permettiamo di dire- un grande romanzo italiano e due che gli ebook inizino a diventare una realtà e non solo una chiacchiera giornalistica.

Ma ora vediamo la classifica!

 

AL DECIMO POSTO  Gli esordienti crescono. Il 2011 è stato segnato da una crescita dei giovani. Tre nomi su tutti: federica manzon che con il suo Di fama e di sventura è arrivata seconda al premio campiello, Giorgio Fontana che sta conquistando la critica  con il suo romanzo che gioca coi temi del noir Per legge superiore e Alessandro D’Avenia che con il successo di Cose che nessuno sa (da due mesi ai vertici delle top ten) si è confermato l’autore italiano più amato dai (e soprattutto dalle) teenager

AL NONO POSTO Il ritorno di Baricco. Annunciato già dall’inizio dell’anno a Novembre (dopo un lungo tam tam sul web) è uscito il nuovo romanzo di Alessandro Baricco “Mr Gwyn”. Baricco torna dopo le sperimentazioni di Emmaus e Senza Sangue a confrontarsi con una scrittura lineare e con una storia piacevole e ben costruita. Mr Gwyn è uno scrittore in crisi perché ha perso di vista la magia nel suo lavoro e vuole smettere.. ma non mettendo giù la penna ma piuttosto scrivendo cose diverse.. che succederà? Accolto bene dalla critica, il romanzo è stato salutato calorosamente dai fan del fondatore della Scuola Holden.

ALL’OTTAVO POSTO Il silenzio dei premi. Se andassimo per strada a chiedere chi ha vinto il premio Strega, forse su dieci ci risponderebbero in due. Quest’anno il premio più importante della narrativa italiana (che è andato a Edoardo Nesi e al suo bel libro Storia della mia gente) ha fatto poco parlare di sé. E’ un fatto, il premio ha perso lustro, tutti lo vedono come assegnazione a tavolino per accontentare le grandi case editrici. Non sarebbe ora di cambiare le regole per avere anche noi un premio come il Pulitzer che ogni anno sforna capolavori? Non ultimo quello di quest’anno Il tempo è un bastardo, della bella e brava Jennifer Egan.. leggere per credere, un romanzo che stravolge, colpisce e sconvolge, che parla di musica e che rivoluziona il linguaggio letterario dialogando però  con la grande tradizione.

 

AL SETTIMO POSTO Il flop degli  ebook. E’ lo spauracchio degli ultimi due anni. In America vanno fortissimo tanto da coprire quasi il 20 per cento del mercato, in Asia (soprattutto in Corea del Sud, patria di Samsung) arrivano al 15. in Italia (e chi più chi meno nel resto d’Europa)  non raggiungono l’1 per cento. Cause? Pochi titoli, pochi supporti di lettura e i prezzi che non sono molto inferiori rispetto ai libri di carta. I tradizionalisti fanno sospiri di sollievo, ma il mercato editoriale va male e forse se gli ebook funzionassero e fossero promossi un po’ di più si accenderebbero micce di interesse da parte del pubblico più vasto. Soprattutto quello dei più giovani.

 

AL SESTO POSTO Un bestseller da Tiffany: ovvero libri che costano poco ma vendono tanto. Un’idea vincente quella della casa editrice indipendente romana Newton e Compton. Pubblicare libri dal gusto popolare (come Un regalo da Tiffany e il suo sequel, un diamante di Tiffany per le signore e Il mercante dei libri maledetti per i maschietti) abbassando il prezzo di copertina e facendo tanta pubblicità anche soprattutto sul web. Risultato? Vertici delle classifiche per tutte le settimane estive. Con grande rabbia-e anche invidia- delle case editrici più grosse…

 

AL QUINTO POSTO: Il ritorno dei grandi. L’anno si è aperto con Nemesi, il nuovo atteso lavoro di Philip Roth che racconta dell’epidemia di polio del 1944 poi è continuato con La trama del matrimonio di Jeffery Eugenides (l’autore del libro di culto Middlesex) che proietta una marriage plot alla Jane Austen (donna conosce uomo, si innamorano, peripezie e poi si sposano) nell’America degli anni Ottanta tra semiotica e psicanalisi, dulcis in fundo forse il vero e proprio capolavoro del 2011 e inizio 2012, 1Q84 di Haruki Murakami. Il più kafkiano, complesso, stratificato, fantascientifico, iperbolico romanzo del grande scrittore giapponese. Da leggere tutti e tre…

 

AL QUARTO  POSTO. I soliti noti, resistono. Sono Giorgio Faletti, Andrea Camilleri, Margareth Mazzantini gli autori più amati dagli italiani. A questi si aggiungono Donato Carrisi (il thrillerista de Il suggeritore che quest’anno ha pubblicato Il tribunale delle anime) Andrea Vitali (il giallista del lago) e Concita de Gregorio che con il suo saggio sulla morte ha sbancato le top ten.

 

AL TERZO POSTO. Fabio  Volo sempre più star.  E’ lo scrittore più letto d’Italia e più tradotto tra gli italiani all’estero. Fabio Volo non sbaglia un colpo. Da ottobre (presentato alla fiera di Francoforte) il suo Le prime luci del mattino ha già venduto 800 mila copie.  Intanto il giorno in più, film tratto dal suo bestseller e uscito a fine novembre  incassa milioni di euro (in 3 settimane quasi 4) e lui tra una copertina di Vanity Fair e una di Sette del corriere e ospitate qua e là si prepara a condurre un programma di cultura nel 2012…

 

AL SECONDO POSTO.  Il bestseller mondiale: la biografia di Steve Jobs. Personaggio chiave degli ultimi vent’anni. Ha rivoluzionato la tecnologia, le abitudini, il gusto e i modi di comunicare del mondo. Il libro che racconta la sua vita, curato dal giornalista Walter Isaacson non poteva che essere il bestseller mondiale del 2011. Libro più venduto su Amazon dell’anno  si appresta a diventare un film. Le riprese inizieranno nel 2012, sceneggiatura di Aaron Sorkin (lo stesso di The social network) e, nei panni del protagonista un testa a testa tra due ex Er: il celeberrimo George Clooney e il più giovane ma forse più somigliante Noah Wyle, già sup imitatore nella serie tv I pirati di Silicon Valley.

AL PRIMO POSTO. Il romanzo da non perdere. E’ libertà di Jonathan Franzen (uscito in Italia il febbraio scorso) il libro che dovrete aver letto se volete arrivare al 2012 letterariamente (e osiamo dire anche umanamente) a posto con voi stessi.  Arrivato nove anni dopo le correzioni è stato salutato dalla critica americana come il più grande romanzo americano del decennio.  Tema delle 622 pagine? Il concetto di Libertà, parola portante di tutta la società americana.

La gente è venuta in questo Paese o per il denaro o per la libertà. Se non hai denaro, ti aggrappi ancora più furiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non hai i mezzi per mantenere i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci armati di fucile. Puoi essere povero, ma l’unica cosa che nessuno ti può togliere è la libertà di rovinarti la vita nel modo che preferisci.”

Praticamente geniale. E ora buon 2012 a tutti! Sempre tra le pagine…

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CARI STUDENTI, ECCO LE SLIDES DI OGGI

carissimi che mi avete sopportata questa mattina alle 9, ecco la “lezione” di oggi.

BUONO STUDIO E IN BOCCA  AL LUPO!

Ci vediamo agli esami :)

Marta Perego- LEZIONE

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Tutti i santi giorni,mi è piaciuto perchè…

Mentre le grigie nuvole della crisi avvolgono le nostre vite e i nostri conti in banca (soprattutto a Milano credo, ieri è arrivata una mia amica da Genova che mi ha salutato con un “ma come fai a non aver ancora pasteggiato a barbiturici con l’aria che tira?”) qualche bella notizia arriva. Dal cinema (italiano, incredibile, lo so). E meno male.

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